Ettore Pinelli:”Studi di (non) figurazione”. Castello di Donnafugata dal 3 agosto


L’appuntamento è per domeinca 3 agosto pressola Sala mostre del Castello di Donnafugata. Si potrà visitare fino al 17 agosto dal martedì alla domenica dalle 16,30 alle 19,30. L’evento culturale è curato da ” Dir’Arte – Francesco Di Rosolini-Arte Contemporanea.

La mostra titolata “Studi di (non) figurazione” è composta da circa 23 tele di formati 150x100cm, 130x100cm, 40x200cm e 100x70cm, e circa 50 studi in piccolo formato variabile (50x30cm – 25x30cm) , che sfruttano componenti diverse nella realizzazione, unendo proprietà grafiche, fotografiche e grafico digitali di risoluzione pittorica finale.

Gli elementi rappresentati sono di diversa natura, nascono dall’esigenza di rappresentare la figura umana all’interno del suo spazio vitale, sfruttando la possibilità di avvalersi, come costume post – pop, dell’immagine di natura pubblicitaria (Glamour) o di immagini autoprodotte, ne scaturisce quindi la possibilità di rielevare l’immagine alla propria bellezza originaria sottolineandone l’artefazione visiva.

La presentazione della mostra è stata curata dal critico d’arte Paolo Nifosì.

Il Corpo e l’anima

C’è immediatezza e costruzione, spiazzamento e senso dell’ordine nelle tele di Ettore Pinelli. La sua è prima personale, un battesimo, eppure nulla è lasciato al caso, all’improvvisazione. Le sue opere congedate sono frutto di bozzetti, di studi, di riflessioni per raggiungere il senso compiuto della forma. Dialogo con lui e mi accorgo che avverte ogni opera come una creatura che ha curato in ogni dettaglio e di cui ne ricorda la genesi e la sua crescita, anche se il risultato conclusivo è affidato all’inconscio, alla necessità interna di dover fare in un determinato modo, senza saperne dare una spiegazione razionale, ma nella consapevolezza che per ogni opera il suo procedere è stato l’unico possibile.

Ha scelto i suoi maestri, almeno per questa fase: Bacon, Rotella, Schifano, Sarnari, gli artisti della Pop americana. Di Bacon lo interessa la deformazione, di Rotella gli strappi, di Schifano la freschezza e l’immediatezza esecutiva, di Sarnari le cancellazion, di Warhol l’uso dei frammenti fotografici recuperati dai giornali e dalle riviste. Ma i maestri sono soltanto punti di riferimento, stelle polari; la sua attenzione autonoma è per il corpo che scompone, di cui recupera frammenti che ricompone con cuciture formali di colore. Avverte che è indispensabile usare i nuovi mezzi di riproduzione visiva, le immagini digitali; usa la penna digitale con la quale interviene su un’immagine fotografica, per trasformarla renderla neutra, depurarla da quanto di realistico e naturalistico c’è, per farne una sagoma da ricostruire col colore, con l’olio, col pastello; per dare un’anima, una nuova vita, trasportare nel mondo della bellezza false, artificiali ed effimere apparenze della realtà contemporanea. L’arte deve confonder, mi dice, deve sorprendere, creare disagio, alterare le convenzionali icone patinate di una sfilata di moda, di una pubblicità di un orologio, di una pubblicità di un automobile affidata al volto, al corpo, all’abito di una bella donna; quella seduzione effimera va decontestualizzata e riproposta in qualcosa di più solido, più duraturo, nel mondo della pittura che ha una vita e una vitalità, un’energia più vera e autentica, una realtà fatta di tessiture prive di scorie, di superfici cromatiche compatte che si saldano come tarsie, di volti ricostruiti col colore, affidandosi ora a velature che consolidano e rendono plastica l’immagine, ora al piacere di pennellate libere e immediate, una sorta di abbandono alla festa del colore. Poco importa cercarne il senso discorsivo e narrativo; tutto è concentrato, tutto è pieno nella tela, brandelli di spalla, di gomiti, di guance, di gambe di cui a malapena talvolta si recupera la leggibilità, ma che formulano icone, piene di tensioni, di movimento. In alcune opere si è soffermato sul suo volto sfigurandolo, lasciandolo in ombra, una sorta di fantasma inquieto. Tutto concentrato su sè stesso tenta di dominare quanto nel suo inconscio bolle come un magma di cui si libera solo riversandolo sulla tela, unico ancoraggio rimanendo la materia, la sua bellezza intrinseca, la possibilità della forma come traguardo, come luogo ideale già tante volte reso dagli artisti del passato: ecco le attenzioni per la Crocifissione di Masaccio, per le opere di Gauguin. Quel dramma assoluto e catartico del Polittico di Pisa lo scompone e lo ricompone per frammenti con preziose materie, mantenendo la tensione tragica; l’Eden gauguiniano è frantumato in mille variazioni come un tappeto persiano di cui si è perso il racconto e sono rimasti solo i colori. Se è vero, come è vero, che come dice Gombrich non esiste la Storia dell’arte, ma gli artisti penso che Ettore Pinelli faccia parte della squadra. A lui l’augurio di futuri risultati

Paolo Nifosì

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