La relazione di Giovanni Avola al congresso della Cgil di Ragusa


avola_congresso_cgilAutorità, graditi ospiti, care delegate, cari delegati, care compagne, cari compagni,

il nostro congresso provinciale si inquadra in una crisi inarrestabile. La più grave dell’Italia dal dopoguerra ad oggi, una crisi strutturale, economica, finanziaria, produttiva, politica, sociale, istituzionale e persino ambientale (Taranto, la Terra dei Fuochi, gli ultimi due drammatici esempi).

Una crisi, la nostra, peggiore di quella di altri paesi europei, che trae origine dal primato del sistema finanziario e monetario, dalla circolazione dei capitali senza vincoli e controlli e che ci ha regalato la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, complice la debolezza della politica e dei governi che essa ha prodotto in un Parlamento di nominati.

Mercato e finanza e neoliberismo di nuovo conio hanno colpito drasticamente il lavoro, hanno reso drammatico il tasso di disoccupazione giovanile e femminile, hanno accresciuto le fasce di povertà rendendo poveri anche quelli che lavorano, hanno radicato la precarietà nel lavoro e prodotto tagli indiscriminati allo stato sociale e al sistema previdenziale.

La finanza senza regole ha divorato l’industria manifatturiera ed un mercato senza Stato ha prodotto la disuguaglianza di massa.

La coesione sociale di questo paese ha del miracoloso di fronte al processo di esclusione di un ampio pezzo di società dal sistema occidentale di garanzie in cui eravamo cresciuti per diversi decenni.

La crisi che stiamo vivendo ha accentuato la disuguaglianza sociale, ha prodotto la frammentazione dei soggetti sociali e delle loro culture di riferimento. Gli operai, gli studenti, i disoccupati che spesso vanno in piazza disorganizzati e divisi rappresentano l’ingresso in scena di ciò che è stato escluso. Diverse masse di lavoratori e disoccupati, storicamente tenute insieme da convinzioni, da appartenenze, rischiano di trasformarsi in folle dominate dalle emozioni, dalle lusinghe e dal demagogismo di capetti stile forconi, tipico prodotto del plebeismo carismatico, del ribellismo che nasce e muore con gli interessi che rappresenta.

Ma la complessità è ben altra!

Interi ceti, fasce di popolazione, intrecci di generazioni sono accomunati dalla questione del lavoro. Il lavoro che non c’è o la perdita del lavoro è qualcosa di più della sicurezza del reddito. E’ la perdita dei legami sociali, dell’interdipendenza dei ruoli, è il venir meno dei diritti compreso quello di cittadinanza.

Senza libertà materiale non si è liberi!

Il lavoro è emancipazione, partecipazione, costruzione di sé e della propria libertà in relazione con gli altri e con le libertà altrui.

Se viene meno il nucleo dei valori che ruota attorno al lavoro, per gli individui frana tutto e si inceppa persino il rapporto che hanno con la democrazia. Essa diventa un guscio vuoto per chi non è in grado di far fronte ai bisogni primari della propria famiglia e dei propri figli.

Il sistema politico-economico in cui siamo cresciuti tendeva all’inclusione. In Italia come in Europa, si era consolidata una sorta di economia sociale di mercato che regolava il capitalismo con il welfare state. Una sorta di redistribuzione in basso del reddito con sistemi di garanzia per i più deboli, evitando la loro esclusione sociale.

Oggi, invece, la gente è oppressa dai sacrifici e dalla disperazione, ha perso ogni fiducia nel futuro, è dominata dalla rabbia o schiacciata dall’indifferenza.

La rabbia si sta trasformando in odio!

Disperazione e rabbia non sono più sentimenti individuali, sono diventati fenomeni sociali, atteggiamenti collettivi che quasi sempre sboccano nel bisogno di un capo, magari carismatico.

Le pulsioni individualiste seguono lo scorrere quotidiano della nostra vita, la corruzione non è più la patologia ma la fisiologia della vita pubblica. In Italia secondo l’ultimo rapporto della UE la corruzione, cioè i legami tra politica, criminalità organizzata ed imprese viene stimata in 60 miliardi di Euro, pari al 4 % del PIL, metà dell’intera corruzione europea.

Da Repubblica fondata sul lavoro, l’Italia è diventata una Repubblica fondata sui privilegi e sulla corruzione.

La tenuta e la credibilità delle nostre istituzioni, titolari dell’interesse generale, è a rischio. A Palermo si sono costituite persino le scorte civiche per proteggere i magistrati Di Matteo e Principato. Purtroppo la gente si sente più vicina ai comitati anti-racket, anti-usura, anti-vendite all’asta, anziché allo Stato.

A metà del secolo scorso Corrado Alvaro scriveva che “… la disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile…”

Noi oggi, parafrasando Alvaro, possiamo affermare che la disperazione più grave che stiamo vivendo è quella dei soggetti più deboli e più esposti della nostra società i quali sono stati costretti o a rimanere disoccupati o a scegliere tra lavoro e diritti e qualche volta tra lavoro e salute. Per cui i diritti nati dal lavoro sono spesso subordinati, revocabili se la crisi lo impone, comprimibili. Il lavoro viene svalorizzato, diventa semplice prestazione, merce, e il più delle volte non c’è proprio.

I manuali di economia politica per definire questo processo, usano una brutta parola: la reificazione, la materializzazione.

L’Italia è diventata la Nazione dei record negativi.

 Se l’ex segretario generale dell’ARS guadagnava 600.000 euro l’anno e l’ex ministro Scajola non era a conoscenza di altrettanti 600.000 euro versati sul suo conto corrente per l’acquisto della casa al Colosseo per cui è stato “giustamente” assolto, il presidente dell’INPS Mastrapasqua siedeva in ben 25 CdA per un compenso annuo di appena 1,5 milioni di euro;

 I 200 mila dirigenti pubblici costano al Paese 40 miliardi di € annui;

 149 i suicidi causati dalla crisi nel 2013;

 L’economia nera, cioè il denaro sporco immesso nel circuito finanziario ed economico, supera il 10% del PIL ed è stimata in 170 miliardi di euro annui, 75 dei quali sottratti al fisco;

 Il gioco illegale vale 23 miliardi di euro, la pressione fiscale è al 44,1 %, la tassazione delle rendite finanziarie è al 20% e il lavoro e le pensioni al 23%;

 il 10% della popolazione possiede il 46,6% del patrimonio totale;

 il reddito degli anziani sorpassa quello dei giovani, il 16% delle famiglie vive con 640 euro mensili ed annoveriamo pensioni di invalidità contributiva di circa 50 euro mensili;

 7 le violazioni della Carta Sociale Europea tra cui le pensioni a trattamento minimo;

 la disoccupazione giovanile e femminile nel mezzogiorno raggiunge punte del 45% ed i giovani tra i 15 e i 24 anni che non studiano e non lavorano sono oltre 2 milioni, 3.300.000 il numero totale dei disoccupati;

 il femminicidio e la violenza sul corpo e sulla psiche delle donne nel corso del 2013 ha raggiunto la percentuale più alta nella storia del paese. Dopodomani sarà l’8 marzo, un 8 marzo diverso dai precedenti: la dignità delle donne è stata vilipesa, offesa, ma la loro forza, per fortuna, è cresciuta;

 in agricoltura, tra lavoro nero e lavoro irregolare, tre lavoratori su quattro non sono in regola;

 abbiamo un tasso di dispersione scolastica tra i più alti di Europa e l’analfabetismo, compreso quello di ritorno, sfiora i 6 milioni di unità.

Ma c’è un record sconcertante e poco noto. Se la Germania, il paese traino della economia europea, ha le carceri più affollate di detenuti per reati fiscali, il 14,4% del totale, l’Italia ha la percentuale più bassa , lo 0,4%, penultima dopo la Romania con lo 0,2%.

E non è un caso che il leader del maggior partito di opposizione, condannato per frode fiscale, si sottrae alle patrie galere.

Eppure in questo scenario difficile e drammatico per tanti versi, dominano incontrastati i residui del berlusconismo, i populismi rabbiosi, il grillismo con il suo squadrismo parlamentare, i cinque stelle sono diventati un partito anti-partiti, una opposizione di sistema che riduce la politica a conflitto, lo Stato a nemico, il Parlamento a teatro.

Cavalcando la rabbia sociale si sfornano ricette anti-europeiste, razziste, xenofobe e persino antisemite.

Ma l’Europa è il primo bersaglio!

Eppure l’Europa è ancora il continente più ricco anche se stenta ad affermarsi l’europeismo dei diritti e delle democrazie. L’Italia è uno dei sei paesi fondatori della Comunità Europea, ha il debito pubblico più alto dell’Unione, 132,6 %, ma questa paradossalmente, può diventare la sua forza. Se l’Europa non ci consente di adottare una politica di crescita, di lavoro, di equità, l’Italia rischia il fallimento economico e il dilagare della rabbia sociale. Con l’Italia salterebbe l’intera economia europea: Italia ed Europa si salvano insieme o cadranno insieme.

Bene ha fatto il Presidente Napolitano a denunciare a Bruxelles l’austerità suicida dell’ UE.

Il nuovo governo Renzi faccia pagare i ricchi, dia sollievo ai deboli ed agli esclusi.

Olaf Palme diceva che “ la Sinistra non è contro la ricchezza, è contro la povertà ”.

Ecco noi, oggi, dobbiamo partire da questo assunto : debellare la povertà, la nuova inedita povertà, trasformando questo processo in una opportunità per la crescita e lo sviluppo del paese, destinando risorse pubbliche per gli investimenti, come hanno fatto recentemente gli USA per uscire dalla crisi.

Dal Nord al Sud si è registrata la desertificazione industriale. Importantissime aziende, travolte da pesanti crisi finanziarie, hanno cessato la loro attività o ridotto bruscamente la loro base produttiva e occupazionale.

Diverse multinazionali hanno avviato processi di delocalizzazione verso paesi a basso costo del lavoro.

L’Ultima galassia di marchi riuniti nel gruppo FIAT, CHRYSLER AUTOMOBILES, lascia perplessi sulla tenuta occupazionale, sul destino degli stabilimenti italiani, sul trasferimento della sede fiscale all’estero per ridurre la tassazione.

La Cgil nel corso di questi lunghissimi quattro anni che ci separano dall’ultimo congresso, ha promosso iniziative e lotte, scioperi generali, a favore di una diversa politica economica e sociale, ribadendo la necessità e la centralità del ruolo pubblico nelle politiche di sviluppo fondato sull’innovazione, per migliorare il sistema produttivo ed infrastrutturale, per far ripartire l’occupazione.

Del rigore, crescita ed equità di Monti si è concretizzato solo il rigore.

Il governo Letta, dopo il regalo dell’ IMU, ha fatto solo tagli e tasse, la risalita del PIL dello 0,1% a febbraio è stata risibile, è cresciuta solo la disoccupazione : 12,9 %, il punto più alto dal 1977.

Il Governo appena nato non è né governo amico né nemico. Come è nel nostro dna, lo giudicheremo dal programma, dalle cose che farà, a partire dagli investimenti pubblici per il lavoro e per gli ammortizzatori universali.

Renzi vive già della propria leggenda. Ha creato aspettative altissime con indeterminatezza degli obiettivi e questo accresce l’ansia del paese.

Ma l’autonomia della Cgil non è in discussione:già Trentin ci ammoniva che “ il male oscuro del sindacato è la carenza di autonomia dalla politica “ e noi continueremo anche stavolta ad esercitare il nostro ruolo.

Attenzione però : c’è il pericolo che la nostra identità ed il nostro ruolo possano essere minati dalla rabbia di un Paese alla deriva per colpa di chi ci ha governato prima, ma anche dalle mancate risposte di Renzi rispetto alle attese.

La nostra unica preoccupazione è che le attese vengano deluse e che il Paese sprofondi sempre più nel baratro.

IL LAVORO E’ IL FUTURO

Care delegate, cari delegati,

questo congresso, per la prima volta nella storia della Cgil, si sta svolgendo con elementi di assoluta novità rispetto al passato, rispetto alle vecchie liturgie.

Avevamo svolto ben sedici congressi all’interno dei quali si fronteggiavano le tesi, le mozioni… strumenti quasi sempre volti a misurare le diverse sensibilità, a misurarsi per contarsi, e la conta, si sa, spesso si trasforma in lacerazioni all’interno dei gruppi dirigenti, in liti e strategie di posizionamento.

Per questo appuntamento congressuale si è predisposto invece il documento congressuale “Il Lavoro decide il futuro” , sottoscritto dal 98% dei componenti del direttivo nazionale, modulato in ben 11 azioni, cioè proposte concrete, che hanno indicato priorità ed obiettivi, aperte ad emendamenti e che nelle assemblee di base svolte dalle categorie, hanno consentito e favorito una discussione libera, franca, a volte anche accesa con le iscritte e gli iscritti.

Uno gruppo di compagne e compagni ha tuttavia presentato un documento alternativo, “Il Sindacato è un’altra cosa”: esso non ha però riscontrato grande interesse tra gli iscritti: lo 0,81% nella nostra provincia. Forse, ma è una mia personalissima valutazione, si è rivolto più alla pancia che alla testa degli iscritti, alla loro disperazione … ma sicuramente non è stato convincente.

La Cgil, comunque, è una sola e da adesso bisogna ritornare a lavorare insieme senza risentimenti, senza voglie di rivincita.

Dunque le azioni, le cose che dobbiamo fare, che abbiamo l’obbligo di fare per far ripartire il paese ed assicurare l’occupazione.

La Cgil ha le carte in regola!

Nel gennaio 2013 abbiamo definito il Piano del Lavoro , qualcosa di diverso del JOBS ACT renziano di cui conosciamo solo il nome. L’idea forza è quella che il Paese può uscire dalla crisi solo con un nuovo modello di sviluppo imperniato sulla piena occupazione, attraverso scelte nuove da parte del governo e dell’Europa, a partire dai 113 miliardi di fondi comunitari 2014 – 2020,meglio noti come fondi Horizon 2020, nella speranza che stavolta possano essere veramente investiti e spesi. Abbiamo perduto le opportunità dei fondi strutturali precedenti avendo speso solo pochi spiccioli.

Per la CGIL occorre:

– Puntare ad una politica europea di mutualizzazione del debito e rinegoziazione del patto di stabilità;

– Definire nuove politiche di welfare pubblico ed un piano straordinario di occupazione giovanile partendo dalla conservazione del nostro patrimonio artistico e dal ciclo dei rifiuti, sul cui trattamento siamo ultimi in Europa;

– Elaborare l’intervento finanziario dello stato per programmare gli assi di sviluppo e varare la riforma della Pubblica Amministrazione e dell’Istruzione.

Questo lo snodo da cui partire per l’occupazione, per rilanciare il sistema Paese, per uscire dalla recessione, per mantenere competitiva l’Italia.

Come?

Innanzitutto va bloccato il processo di deindustrializzazione e ripartire dal manifatturiero, puntare sulla green economy e sulla smart city, sulla ricerca e l’innovazione con investimenti produttivi pubblici e privati, con una nuova politica creditizia per le imprese e le famiglie, con un modello di sviluppo sostenibile che parta dal territorio che ha bisogno di un radicale riassetto idrogeologico, di manutenzione e di bonifiche.

Non è più rinviabile la valorizzazione, la messa in sicurezza e la fruizione del patrimonio artistico, archeologico e paesaggistico.

La vera modernizzazione del Paese passa da un piano strategico infrastrutturale, dalla attuazione dell’ Agenda Digitale e da nuovi investimenti per la mobilità pubblica e privata.

C’è bisogno di ritornare alla adozione degli Accordi di Programma per le zone di crisi complesse come la Sicilia, facilitare l’aggregazione di impresa (PMI) attraverso il contratto di rete.

La Cgil, come prevede la legge di stabilità, chiede la “cabina di regia” sulle crisi di impresa composta da Governo e parti sociali.

Ci vuole un nuovo modello di intervento pubblico in economia, una nuova politica fiscale, debellando evasione ed elusione che costano al paese 130 miliardi l’anno.

Occorre ridurre il prelievo fiscale sui redditi da lavoro e da pensione, introdurre una imposta sui patrimoni immobiliari e finanziari superiori agli 800.000 euro, adeguare la tassazione sulle rendite finanziarie elevando l’aliquota dal 20% al 25%, aumentare le detrazioni fiscali sul lavoro dipendente e sulle pensioni riducendo le aliquote per i redditi medio bassi e aumentando quelle dei redditi alti. Dopo lo schiaffo dell’ UE sugli squilibri eccessivi dei nostri conti pubblici, sarebbe un errore ridurre le tasse solo alle imprese e non anche sulle buste paga dei lavoratori e dei pensionati, perché non avrebbe effetti sui consumi. Si parta dunque dagli sgravi Irpef sulle buste paghe dei lavoratori e si prosegua con l’Irap sulle imprese.

Dunque non bisogna aumentare il carico fiscale, bisogna meglio distribuirlo!

Le politiche sociali vanno riviste. Va incrementata la spesa pubblica per l’assistenza: povertà, infanzia , non autosufficienza, sanità, politiche di sostegno al reddito attraverso la generalizzazione degli ammortizzatori sociali, investimenti nelle politiche attive del lavoro tramite la ricollocazione e la riqualificazione dei lavoratori provenienti dalle crisi aziendali e settoriali.

La povertà assoluta deve essere fronteggiata pensando ad un reddito minimo garantito, come avviene in tutti i paesi europei.

La precarietà nel lavoro pubblico va superata attraverso assunzioni solo con contratti a tempo indeterminato.

Il sistema previdenziale ed in particolare la famigerata riforma “Fornero” vanno cambiati introducendo criteri di gradualità, flessibilità e solidarietà.

Vanno tutelati tutti gli esodati.

A partire dai sessanta anni si deve poter scegliere di andare in pensione senza penalizzazioni; va diminuita l’età pensionabile per i lavori usuranti ; occorre una pensione contributiva di garanzia per lavoratori precari, saltuari e stagionali.

Vanno cancellate le penalizzazioni per i lavoratori precoci che con quaranta anni di contribuzione possono andare in pensione.

Infine per i lavoratori emigrati non comunitari bisogna estendere accordi bilaterali con i paesi di provenienza, fermo restando che il nostro paese non può più rinviare la cancellazione della “Bossi-Fini” e del reato di immigrazione clandestina adottando una nuova politica di accoglienza. I morti sugli scogli e sulle nostre spiagge durante il 2013 reclameranno giustizia per sempre.

Sull’Istruzione, ridotta in cenere dalle riforme Moratti e Gelmini, e sulla ricerca , gli investimenti sono inferiori ai parametri europei. Per la Cgil bisogna voltare pagina raddoppiando i fondi per il diritto all’apprendimento permanente e all’integrazione, generalizzando le scuole dell’infanzia da 0 a 6 anni e innalzando l’obbligo scolastico a 18 anni.

Non credo che queste proposte, contenute nelle undici azioni, siano tutte di facile soluzione ma reputo siano urgenti per il paese e quindi bisogna provarci.

Occorre però ricreare un nuovo clima di fiducia, le massime istituzioni devono rigenerarsi, l’assetto istituzionale va rivisto e le pubbliche amministrazioni riformate a partire dalla magistratura amministrativa, cane da guardia dell’alta burocrazia.

Quella che appare come la riforma delle riforme, la legge elettorale, va fatta ma dovrà rendere credibile il nuovo Parlamento. I cittadini non possono essere espropriati dalla possibilità di scegliersi il candidato da eleggere e la rappresentanza delle culture politiche minori non può essere cancellata.

Non temiamo il fatto che le province diventino consorzi di comuni purché siano assicurati i servizi nel territorio e garantiti i dipendenti.

Le altre riforme istituzionali in agenda debbono tendere alla efficienza e all’ammodernamento del Paese, mentre la riduzione dei costi e l’eliminazione delle ruberie della politica dovranno favorire il ritorno dei cittadini alla partecipazione democratica, farli contare e renderli attivi rispetto alle scelte e alle decisioni da prendere.

Quella della partecipazione e della democrazia è un tema che coinvolge anche la vita della nostra organizzazione. Ecco perché le Camere del Lavoro e le categorie devono diventare la sede di raccordo tra attività contrattuale, consulenza, tutela individuale, partecipazione ed estensione della rappresentanza. In questa direzione va riqualificata e dovrà assumere un valore sempre più confederale la Contrattazione Sociale , unico strumento contro la disgregazione dei servizi nel territorio derivante da tagli delle risorse agli enti locali

Dopo anni di divisone, accordi separati e tensione con CISL e UIL, non c’è dubbio che con gli accordi interconfederali del 28 Giugno 2011 e 31 Maggio 2013 sulle regole, la democrazia e la rappresentanza, la contrattazione assume un carattere innovativo e segna la ripresa dell’unità sindacale. Il testo unico sulla rappresentanza, sottoscritto il 10 Gennaio scorso in coerenza coi precedenti accordi, disegna un nuovo modello di rappresentanza sindacale trasparente e democratico.

Si chiude la fase degli accordi separati privi di verifiche democratiche, di discriminazione ai tavoli negoziali e di limitazione delle libertà sindacali per chi dissente.

I CCNL, il cui numero potrà essere ridotto, si riconfermano comunque come l’unica garanzia delle certezze dei trattamenti economici e normativi comuni per tutti i lavoratori e su tutto il territorio nazionale. Dunque una svolta vera per tutto il sindacato e i lavoratori. Ecco perché, francamente , le critiche della FIOM appaiono ingenerose anche se prima di arrivare alla firma, c’era, forse, bisogno di maggiore informazione.

Tuttavia, la decisione del D.N. del 26 febbraio scorso di far votare gli iscritti è una soluzione equilibrata, democratica e di grande rispetto per tutti i nostri tesserati.

Dal patto per lo sviluppo

al patto generazionale.

Nel Mezzogiorno, più che nel resto del Paese, tutti i settori produttivi sono in affanno, alla disoccupazione giovanile e femminile si è sommata una disoccupazione di ritorno di quarantenni e cinquantenni che hanno perso il lavoro. In Sicilia un giovane su due è senza lavoro: ogni anno vanno via in 35 mila, in maggioranza sono giovani diplomati e laureati.

Qui siamo, ormai, ad una crisi strutturale storica, all’anticamera della catastrofe sociale. Il tessuto produttivo è debolissimo : dal 2008 il 30% dell’apparato industriale è scomparso e si sono volatilizzati oltre 120.000 posti di lavoro.

La FIAT è fuggita, la S.T.Micron guarda altrove, l’ITALCEMENTI ha chiuso Porto Empedocle, l’ENI ha iniziato a dismettere le produzioni industriali (il polietilene si produce solo alla “Versalis” di Ragusa e non più a Gela e Priolo) e man mano che si riduce l’apparato industriale tutto l’indotto chiude i battenti .

Le poche imprese ancora presenti sono sempre più vessate dalla criminalità e dalla burocrazia, le PMI strozzate da un sistema creditizio che ha chiuso i cordoni della borsa e facilitato l’usura, da un mercato senza domanda interna, sia per i consumi, sia per il crollo degli investimenti. Difficoltà nella internazionalizzazione, bassa produttività e limitata capacità competitiva hanno fatto il resto.

Appena ci si allontana dall’asse PA – CT la rete dei collegamenti è da terzo mondo.

Ed è muovendo da questa drammatica realtà che il sindacato unitariamente ha aperto una fase di serrato confronto con il governo regionale i cui risultati sono però modesti. Persino l’elemosina dei cantieri comunali rimane bloccata.

Sul governo regionale e su Crocetta nessuno si era illuso. Sapevamo che la Regione era sull’orlo del dissesto finanziario, che pesava l’eredità dei 25 mila precari della sanità e degli EE.LL., degli 8 mila lavoratori delle società partecipate, dei 12 mila della formazione professionale, dei 23 mila della forestale ai quali bisognava garantire retribuzione e continuità lavorativa. In questa direzione sono arrivati segnali contraddittori, mentre sulla lotta alla mafia e alla corruzione, sulla legalità e la trasparenza nelle azioni di governo e nell’apparato amministrativo c’è stata una forte discontinuità con i governi precedenti.

Sulla vicenda MUOS si è registrata l’arrendevolezza della Regione dopo le coraggiose scelte iniziali.

C’è subito bisogno di un cambio di passo!

Serve un progetto di grande respiro sulla stabilizzazione del precariato, sul risanamento dei conti dopo la confusione sulla legge regionale di stabilità, sul welfare, sulle infrastrutture e sulle politiche per il lavoro, sull’insufficienza di risorse per gli ammortizzatori sociali in deroga, sul piano regionale dei trasporti che vanno sottratti alla privatizzazione monopolizzata da Confindustria, sulla gestione del ciclo dei rifiuti.

La riorganizzazione e l’efficienza delle strutture sanitarie nel territorio non è più differibile. Tagli di risorse e di posti letto hanno trasformato i pronto soccorso in lazzaretti. Più che altrove la nostra sanità è strutturata in un mercato monopolistico. Non è più tollerabile che un’enorme fetta di risorse pubbliche regionali debbano servire per foraggiare gli studi professionali privati, all’interno dei quali vengono dirottati i pazienti dallo stesso personale che opera sia nel servizio pubblico che in quello privato. Non si può aspettare in lista d’attesa due anni per una ecografia e non tutti possono permettersi di curarsi fuori dalla Sicilia o nelle cliniche private.

Nonostante sia conclusa la fase del piano di rientro, la Sicilia continua a pagare i ticket più alti d’Italia.

Serve un piano sanitario regionale per lungodegenza e riabilitazione, assistenza territoriale e domiciliare, emergenza/urgenza, razionalizzazione del servizio 118.

E poi c’è la crisi dei settori privati.

A Ragusa l’agroalimentare ha subito, a causa di una miope politica comunitaria, dell’invasione dei prodotti taroccati e del dumping dei paesi nord-africani, un colpo durissimo.

Nel settore edile centinaia di imprese hanno chiuso i battenti, l’ultima, “Tidona Prefabbricati” ha licenziato 119 dipendenti. “Ancione” è diventato un sito di archeologia industriale, la “Colacem” scricchiola . Si difende il settore degli idrocarburi ma con scarse ricadute sul territorio, alla “Metra” si è sempre con il fiato sospeso, anche dopo la riduzione degli stipendi, la riapertura della Socotherm è incerta, tutto il terziario è in affanno, il commercio è in caduta libera con gallerie commerciali semi vuote e fuga dagli ipermercati. Delle 800 aziende di trasporto, la metà è in crisi.

Il 2013 doveva essere l’anno d’oro del turismo per via dell’apertura dell’Aeroporto di Comiso ma la chiusura per via giudiziaria (su cui si addensa qualche nube) di “Baia Samuele”, “Marsa Siclà” e “Marispica” ha compromesso l’intera stagione. Quattrocento dipendenti hanno perso il lavoro e persino i flussi tradizionali del turismo sono stati dirottati altrove.

La crisi inizia nel biennio 2008/2009. Quella che per quasi quarant’anni era stata considerata l’area più sviluppata, più ricca, più economicamente dinamica della Sicilia, dà i primi segnali di cedimento.

E al Congresso Provinciale del 2010 la Cgil propose il patto per lo sviluppo ibleo, una esemplificazione, rivelatasi poi efficace, di una intuizione comune avuta con i gruppi dirigenti della Cisl e della Uil e su cui tutte le altre rappresentanze sociali e datoriali, tutte le istituzioni si sono ritrovate.

E così nell’arco di pochissimi mesi attorno al tavolo per il lavoro e lo sviluppo istituito presso la Camera di Commercio si definì un pacchetto di proposte e di richieste avanzate poi al Governo regionale e nazionale e culminato nella grande manifestazione unitaria del 14 Gennaio 2012. Infrastrutture, sviluppo e lavoro è stato lo slogan portato avanti dalla classe dirigente di questa provincia, oramai commissariata dalla politica palermitana.

Nacque e si consolidò una sorta di lobby territoriale, un blocco unitario che attorno all’identità e alla difesa del territorio è riuscito a strappare significativi risultati nel settore infrastrutturale. Apertura dell’aeroporto di Comiso, completamento dell’autoporto di Vittoria, appalto dei lotti 6-7-8 della Autostrada Siracusa – Gela, reperimento dei 116 milioni di euro per il collegamento viario dell’Aeroporto su cui però aspettiamo l’indizione della gara d’appalto.

Quel blocco si appannò, perse di smalto per la gestione della Camera di Commercio e sul ruolo di quest’ultima nella SAC e nella SOACO. A quasi due anni dal suo commissariamento ritengo che la Camera di Commercio debba ritornare alla sua naturale gestione, quella delle imprese. La Cgil ritiene, e penso di interpretare anche la volontà dei colleghi Sanzaro e Bandiera, che bisogna ritornare ad una gestione unitaria dell’ente Camerale, è l’unica soluzione per assicurare certezze alle imprese ed all’economia Iblea.

E’ arrivato il momento di ricostituire il Tavolo e renderlo permanente. Al presidente del Consiglio che vuole sostituire i tavoli con l’ e-mail, noi rispondiamo che vogliamo guardare negli occhi i nostri interlocutori. Qui bisogna rimettere assieme le forze sociali e datoriali perché c’è tanto altro da fare, a partire dall’appalto dell’ampliamento e della messa in sicurezza del porto di Pozzallo per il quale c’è il rischio di perdere 40 milioni di finanziamenti, dall’ammodernamento della nostra ferrovia e dallo sblocco della RG-CT : dopo due anni di annunci, le recenti dichiarazioni dell’ a.d. dell’ANAS Ciucci non sono rassicuranti.

Si può ripartire, si deve ripartire tutti insieme!

Da qui a qualche mese e per i prossimi anni non meno di 2.000 unità lavorative tra diretto ed indotto saranno occupate nella realizzazione di dette opere infrastrutturali con ricadute vere su tutto il tessuto socio-economico del comprensorio.

Aeroporto, viabilità e Porto ridisegneranno gli assi di collegamento all’interno del Sud-Est, diventando il vero volano per l’intero tessuto produttivo e commerciale ibleo. E’ di questi giorni, nell’ambito della programmazione dei fondi Horizon 2020, la redazione del piano strategico di area vasta da cui scaturiranno i finanziamenti europei da destinare al potenziamento della rete infrastrutture attraverso il Ministero della Coesione Territoriale. E’ nato, battezzato dal Presidente Napolitano, il Distretto Sud – Est Sicilia tra Catania, Siracusa, Ragusa e le relative CdC, un’area che produce l’ 80% del PIL siciliano. E’ una occasione storica da non bruciare ed un’opportunità da cogliere. Non è un nuovo ente di spesa ma uno strumento per integrare strutture e servizi. Chiediamo al Sindaco di Ragusa che al “tavolo istituzionale” oltre alle rappresentanze delle forze economiche siedano le OO.SS.

E poi c’è la nostra grande proprietà collettiva, un unicum rarissimo, il connubio tra passeggio, mare, campagne, architettura e archeologia, i nostri siti UNESCO, da cui può nascere il brand di grande attrattiva.

Recentemente è stato definito il Manifesto del Turismo Ibleo . Il turismo coniugato con la riscoperta dei nostri beni culturali e naturali e con la valorizzazione e la tipicizzazione della nostra enogastronomia deve fare la differenza. A partire dai prossimi mesi, dall’EXPO: è l’EXPO dell’Italia e non della sola Milano, tutto il sistema Italia sarà interessato e la Sicilia e Ragusa hanno i numeri per entrare in gioco. Per la prima volta Il Distretto del Barocco può giocare un ruolo attivo, assieme ai distretti produttivi dell’Agroalimentare e della Pesca dai cui presidenti è arrivato però, nel recente incontro di Pozzallo, un grido di allarme per l’indifferenza della Regione.

Il manifatturiero di qualità, dall’agroalimentare alla lavorazione di marmo e pietra, agli idrocarburi, l’artigianato, l’ambiente, il turismo , la cultura, l’enogastronomia, la nuova frontiera da cui può e deve ripartire sviluppo e crescita. Penso anche alla grande funzione di supporto che possono giocare l’ università con la facoltà di Lingue, il Corfilac, l’ Asca, l’Ispettorato Agrario.

Va archiviata questa fase di declino, di inattività, di inoccupazione passiva prima che si arrivi anche qui all’impoverimento di massa. Qui più che altrove il dualismo territoriale, fattore di disuguaglianza, nel mercato del lavoro si interseca con un dualismo generazionale all’interno del quale le opportunità per le giovani generazioni sono ridottissime se non si inventa, se non si programma il nuovo.

Da una area giovane e ricca di menti e di braccia, anche Ragusa si sta trasformando in una area di anziani e questa tendenza alla perdita di peso demografico e di risorse umane giovani va contrastata con decisione.

Accanto a politiche che mettano in moto il circuito redditi-consumi-investimenti-occupazione, qui bisogna puntare al manifatturiero con fiscalità di vantaggio, ad agevolazioni creditizie e ad interventi pubblici mirati. L’esperimento della zona franca di Vittoria va esteso ad altri Comuni iblei.

I lavori di pubblica utilità nei beni ambientali, nei beni comuni e nei beni sociali, il riorientamento delle attività produttive verso la bioedilizia e la ristrutturazione (cioè consumo di suolo zero) anziché le nuove costruzioni per salvare i nostri centri storici che cadono a pezzi.

Bisogna attuare i PAES in tutti i Comuni, i sindaci non hanno alibi.

Dunque una nuova politica per il lavoro e lo sviluppo, un nuovo patto tra le Istituzioni ed i soggetti datoriali e sociali, investendo sulle nuove professionalità, sulle competenze, quelle che esprimono le nuove generazioni. Generazioni qualificate ma vittime delle partite IVA, dell’apprendistato, degli stage formativi, dei contratti formazione e lavoro, del tempo determinato e del part-time, della Legge 30.

Sta per essere avviato il progetto europeo “Garanzia Giovani”, dove sono in gioco 400 milioni di € da destinare ad assunzioni di giovani nella fascia 15-35 anni per tirocini formativi e per l’ autoimprenditorialità.

Condividiamo la proposta del recente convegno di Piccola Industria della Sicilia tenutasi a Ragusa, “L’Italia Riparte dal Sud”, perché si mettono in moto le nostre enormi potenzialità, le nostre giovani risorse. Il patto straordinario anti-crisi proposto dal presidente Cappello va subito definito.

Ma è l’unità dei gruppi dirigenti che ancora serve: è una grande risorsa su cui far leva.

LA CGIL IBLEA

In conclusione consentitemi alcune brevissime riflessioni sulla Cgil ragusana che da quasi sei anni ho l’onore di guidare.

Non credo di apparire auto celebrativo, di scadere nell’ autoreferenzialità, se affermo tutta la Cgil, con un lavoro di squadra, ha svolto un ruolo di primissimo piano in difesa di tutti, per il miglioramento dei servizi sociali e sanitari nel territorio, e a tutela dei più deboli, dei pensionati, e delle fasce più a rischio .

Penso alle nostre strenue battaglie per il precariato della sanità e degli EE.LL., per garantire quel misero compenso ai dipendenti delle cooperative sociali, per assicurare gli stipendi ai dipendenti dei Comuni, dell’igiene ambientale, dell’Università, del Corfilac, delle società partecipate, del Commercio contro la liberalizzazione delle aperture dei centri commerciali nei festivi, per salvaguardare le giornate lavorative nella forestale e nel consorzio di bonifica. E poi al sostegno a reddito per i lavoratori delle tre strutture turistiche, per migliorare le condizioni di vivibilità degli immigrati nel CPSA di Pozzallo.

Certo, questo è il nostro lavoro, la nostra funzione.

Ma ritengo che noi abbiamo fatto qualcosa di più!

Ci siamo intestati il progetto di sviluppo e di difesa del nostro territorio, diventando punto di riferimento attivo per tutti.

Oggi qui, in questa meravigliosa platea, c’è un gruppo dirigente di alto profilo, nato dalla fusione tra la consolidata esperienza di chi non è più giovane ed il ricambio generazionale graduale, equilibrato e non inventato, a cui spetta però un compito difficile: far diventare la Cgil sempre più un grande soggetto di trasformazione e di cambiamento, un soggetto di rappresentanza generale. A partire dal fenomeno della precarietà del lavoro dei giovani che ha seminato tanta debolezza individuale: noi dobbiamo impegnarci per trasformare questa debolezza in forza collettiva vera, strutturata e capace di mobilitarsi. Questa è la sfida che la Cgil deve affrontare se vuole organizzare e rappresentare le giovani generazioni e sfatare il detto che il sindacato è fatto solo di pensionati.

Questa raffigurazione ha solo l’obiettivo di mettere in discussione la nostra grande forza, la confederalità che è l’esatto contrario di corporativismo.

Dunque rafforzare la nostra vocazione ad avere una rappresentanza universalistica del lavoro : chi lo cerca e chi ha concluso la sua vita lavorativa. E da qui la necessità di rimettere in campo una azione contrattuale inclusiva, debellando il dualismo protetti e non protetti. Ecco perché bisogna ripartire dalle nostre origini, da ciò che è stata la Cgil, dalle CdL, intese come luogo di aggregazione, mutualismo e socialità, insomma ritornare ad abitudini antiche. Le Camere del lavoro sono l’ossatura, il cuore pulsante della nostra organizzazione. Grazie ad una oculata politica di risanamento finanziario scrupolosamente condotta da Peppe Roccuzzo, la Cgil ha acquistato le sedi delle CdL in tutti i Comuni. In esse le Categorie fanno consulenza, funzionano gli sportelli Uvl, Sol, ALPA, si sono consolidati processi federativi con la Federconsumatori e il Sunia e interazioni con le organizzazioni della cosiddetta cittadinanza attiva, del volontariato, come Auser, Unitre, Libera.

Il patronato Inca ed il Caf garantiscono servizi efficientissimi.

Voglio ringraziare tutti : La Segreteria, i Segretari generali di categoria, i responsabili delle CDL, il direttore dell’Inca, il mandatario, il responsabile dell’Uvl, l’amministratore, ma consentitemi di ringraziare particolarmente le operatrici e gli operatori dei servizi: senza il vostro impegno, la vostra generosità, la vostra dedizione, la Cgil, questa Cgil, sarebbe un guscio vuoto. Grazie per quello che fate, siete persone speciali.

Può un simile patrimonio essere inglobato in altre strutture provinciali? Crediamo proprio di no! Lorenzo, fatti carico di questa nostra specificità.

Un grazie a Lorenzo Mazzoli della Cgil nazionale, al nostro Segretario regionale, Michele Pagliaro, e a tutta la sua Segreteria a partire da Ferruccio Donato che segue i nostri lavori.

Graditi ospiti, autorità,

la Cgil guarda con interesse ed attenzione all’azione meritoria svolta dai rappresentanti delle istituzioni del nostro territorio, diventato anche esso teatro di allarmante disoccupazione, di diseguaglianze, di penetrazione malavitosa e mafiosa, di sfruttamento, di caporalato, di degrado ambientale, di corruzione, di incuria nella tutela del paesaggio e del patrimonio artistico.

Un grazie particolare al Prefetto, al Questore, alla Magistratura, ai Comandanti dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e dei Vigili del Fuoco, della Capitaneria, alla Sovraintendente ai BB.CC., ai Direttori dell’ Inps, dell’ INAIL, dell’ UPL, dell’Ispettorato del Lavoro e dell’Ispettorato Provinciale per l’Agricoltura.

Con i Sindaci e con il commissario straordinario dell’ ASP i rapporti non sono sempre agevoli e facili. Le casse comunali saranno pure prive di risorse, ma il decisionismo e l’allergia al sindacato da parte di qualcuno è intollerabile.

Quanto alla deputazione voglio essere altrettanto franco e schietto: le sabbie mobili dei palazzi romani e palermitani non possono più giustificare la mortificazione della nostra provincia. E’ quello che sta avvenendo da ultimo per il porto di Pozzallo, per la RG-CT, per l’appalto della viabilità attorno all’aeroporto.

Questa comunità merita rispetto ed ascolto e non è più disposta ad essere commissariata, accorpata, ignorata, smembrata. A voi e a i Sindaci spetta difenderla e rappresentarla, pena la disgregazione dell’identità territoriale.

Storiche istituzioni scolastiche e presidi di legalità come il Tribunale di Modica sono stati cancellati e nei prossimi giorni toccherà pure al Provveditorato agli Studi.

Cos’altro ci dovranno scippare?

So che ho messo a durissima prova la vostra pazienza e vi chiedo scusa, lasciatemi però concludere con un appello.

Dall’indignazione, dalla rabbia, dallo sconforto percepiti durante i congressi di base, ho maturato la convinzione che questa Cgil ha bisogno di un ulteriore scossa, di una nuova ripartita.

Bisogna osare di più, avere maggiore coraggio e più determinazione. Ci attendono mesi e forse anni ancora difficili per superare questa dannata crisi: dobbiamo reagire da subito con maggiore risolutezza, senza tatticismi e personalismi puntando, ove possibile, a percorsi condivisi con gli altri: ecco perché il consolidamento dei rapporti unitari con Cisl e Uil deve essere strategico. Questo ci rende più forti e più credibili.

Qualche settimana prima della scomparsa, rivolgendosi ad una comunità di giovani, don Gallo disse: “siate trafficanti di sogni”.

Ecco, anche noi nel nostro piccolo dobbiamo diventare trafficanti di sogni, di un sogno in particolare: riconquistare la fiducia e la speranza della gente e dei giovani e diventare protagonisti di una nuova stagione: quella del lavoro.

E per questo c’è ancora bisogno di una grande Cgil, la Cgil di Di Vittorio, Lama, Trentin e Feliciano Rossitto.

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